Recensione della settimana - Storia di un’amicizia di Ermanno Cavazzoni
- Dario Grimaldi
- 4 lug
- Tempo di lettura: 3 min

Con Storia di un’amicizia, pubblicato da Quodlibet nel 2026, Ermanno Cavazzoni consegna al un libro difficile da incasellare: non è una biografia in senso tradizionale, non è un memoir ordinato, non è neppure un saggio su Gianni Celati, benché Celati ne sia il centro affettivo e narrativo. È, piuttosto, il racconto libero, divagante e insieme commosso di un legame umano e letterario, quello tra Cavazzoni e Celati, fatto di incontri, conversazioni, osterie, viaggi reali o immaginati, progetti improbabili, risate, malinconie e fedeltà alla letteratura come forma di vita. Il libro è dedicato a Gianni Celati, scomparso nel 2022, e ne restituisce un ritratto ravvicinato, quotidiano, lontano da ogni monumentalizzazione ufficiale.
La forza del libro sta proprio nel suo rifiuto della solennità. Cavazzoni non trasforma Celati in una statua letteraria, non lo chiude nella formula del “grande scrittore”, anche se Celati è stato certamente una delle figure più originali della narrativa italiana del secondo Novecento. Lo fa invece riapparire come presenza viva, mobile, contraddittoria, buffa, geniale, insofferente verso il potere e verso le pose intellettuali. Rai Cultura ha sottolineato come il volume permetta di entrare nel mondo di Celati attraverso passeggiate, conversazioni in osterie bolognesi e incontri letterari strampalati, mostrando il suo amore per i tipi umani, per i clown e per una scrittura intesa come artigianato.
Il tono di Cavazzoni è insieme comico e dolente. La comicità nasce dal gusto per l’assurdo, per l’aneddoto laterale, per i personaggi eccentrici che attraversano il racconto come apparizioni. La malinconia, invece, arriva lentamente, quasi senza dichiararsi, perché il libro sa bene che ogni amicizia, se raccontata dopo la fine, contiene già in sé una perdita. Il lettore avverte che dietro le avventure, le chiacchiere, le serate e le fantasticherie, c’è il tentativo di trattenere qualcosa che il tempo ha consumato. In questo senso, Storia di un’amicizia è anche un libro sulla memoria: non la memoria ordinata degli archivi, ma quella irregolare, affettiva, capricciosa, che salva dettagli apparentemente secondari perché proprio lì si nasconde la verità di un rapporto.
Uno degli aspetti più belli del volume è la sua idea di letteratura. Per Cavazzoni e Celati la letteratura non sembra nascere da un programma, da una carriera o da una strategia editoriale, ma da una disposizione dello sguardo: ascoltare gli altri, osservare le stranezze del mondo, prendere sul serio ciò che normalmente viene giudicato marginale o ridicolo. La pagina diventa così un luogo di accoglienza per gli svitati, gli eccentrici, i parlatori instancabili, i falliti magnifici, gli uomini e le donne che sfuggono alla normalità. Il libro, come segnala anche la scheda del Premio Strega, è attraversato da passioni letterarie e da personaggi “un po’ svitati”, incontrati dai due scrittori o passati accanto a loro.
Cavazzoni scrive con una leggerezza solo apparente. La sua prosa sembra procedere per deviazioni, ricordi improvvisi, scene minime, ma sotto questa forma libera c’è una precisa visione del mondo. Il libro difende un modo di vivere e di scrivere contrario all’esibizionismo, alla vanità culturale, alla seriosità artificiale. È un elogio dell’amicizia come spazio di libertà: libertà di ridere, di perdere tempo, di immaginare imprese inutili, di conversare senza scopo, di sottrarsi alle convenzioni. Proprio per questo il racconto dell’amicizia tra Cavazzoni e Celati diventa anche il racconto di un’epoca letteraria e umana ormai lontana, una stagione in cui la scrittura poteva ancora sembrare un’avventura condivisa più che una prestazione pubblica.
Il pregio maggiore di Storia di un’amicizia è la sua autenticità. Non c’è compiacimento nostalgico, o almeno non c’è soltanto quello. C’è invece il desiderio di restituire un amico nella sua voce, nei suoi gesti, nelle sue manie, nella sua fragilità. Cavazzoni compie un atto di fedeltà: non spiega Celati, non lo interpreta fino a consumarlo, ma lo racconta lasciandolo vivere nella pagina. È forse questo il modo più onesto di ricordare uno scrittore: non fissarlo in una definizione, ma permettergli ancora di muoversi, di parlare, di contraddirsi, di far ridere.
Storia di un’amicizia è quindi un libro tenero, comico, malinconico e profondamente letterario. Può piacere molto a chi ama Gianni Celati, ma anche a chi cerca un’opera capace di riflettere sul valore dei legami, sulla fine del tempo condiviso e sulla necessità di salvare dall’oblio le presenze che hanno dato forma alla nostra vita. Cavazzoni firma un omaggio non retorico, pieno di pudore e intelligenza, in cui l’amicizia diventa una piccola forma di resistenza contro la scomparsa.

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