La terra sotto le dita
- I Racconti della Domenica
- 19 lug
- Tempo di lettura: 16 min

Il mare era immobile come un animale esausto.
Dopo giorni di vento, di onde gonfie e di nuvole che correvano basse sull’acqua, quella mattina il cielo si era aperto senza rumore. Una luce pallida cadeva sulla piccola imbarcazione e ne rivelava il legno consumato, le corde irrigidite dal sale, la vela rattoppata più volte. Ulisse sedeva a poppa, con le mani appoggiate sulle ginocchia e lo sguardo rivolto verso una linea scura all’orizzonte.
All’inizio credette che fosse un’altra nuvola.
Poi vide il profilo della montagna.
Non aveva bisogno che qualcuno gli dicesse il nome di quella terra. La riconobbe prima ancora di distinguere le rocce, gli ulivi, le insenature. La riconobbe come si riconosce una voce ascoltata nell’infanzia o l’odore di una stanza lasciata molti anni prima.
Itaca.
La parola non uscì dalle sue labbra. Rimase dentro di lui, pesante e luminosa.
Per vent’anni aveva immaginato quel momento. Lo aveva visto durante gli assedi, quando Troia ardeva e le urla si mescolavano al fragore delle mura che crollavano. Lo aveva sognato sulle isole lontane, nelle grotte, nei palazzi stranieri, nei letti dove donne immortali gli promettevano pace e oblio. Lo aveva invocato quando i suoi compagni morivano uno dopo l’altro, divorati dai mostri, inghiottiti dal mare o puniti dagli dèi.
Eppure, ora che l’isola era davanti a lui, Ulisse non provava la gioia che aveva immaginato.
Provava paura.
Non la paura del guerriero davanti alla lancia nemica. Non quella che precede la battaglia e rende il sangue più veloce. Era una paura più sottile: il timore che la terra desiderata per tutta una vita non gli appartenesse più.
Il barcaiolo che lo aveva condotto fin lì, un vecchio taciturno dalla pelle bruciata dal sole, si avvicinò alla vela e la abbassò lentamente.
«Fra poco toccheremo terra», disse.
Ulisse annuì.
Il vecchio lo osservò. «Hai viaggiato a lungo?»
«Abbastanza.»
«Qualcuno ti aspetta?»
Ulisse guardò l’isola.
«Non lo so.»
Il barcaiolo non fece altre domande. Guidò l’imbarcazione verso una piccola baia nascosta tra le rocce. L’acqua diventò trasparente. Sul fondo si vedevano i sassi chiari e le ombre dei pesci. I gabbiani volavano sopra la costa, lanciando grida acute.
Quando la chiglia toccò la sabbia, Ulisse rimase seduto.
Il vecchio scese in acqua e tirò la barca con una corda.
«Siamo arrivati.»
Ulisse si alzò. Le gambe gli tremavano appena. Indossava una tunica logora, un mantello scuro e portava con sé l’arco avvolto in una coperta. La spada era nascosta sotto le pieghe della veste. Nessuno avrebbe riconosciuto nel viaggiatore sporco e barbuto il re partito per Troia vent’anni prima.
Scese dalla barca.
L’acqua gli raggiunse le ginocchia. Era fredda, limpida. Fece alcuni passi, sentendo i sassi scivolare sotto i piedi. Quando raggiunse la riva, si fermò.
La sabbia di Itaca aderì alle sue gambe.
Ulisse si inginocchiò.
Affondò le dita nella terra umida e ne raccolse una manciata. La strinse nel pugno, come se avesse paura che potesse svanire.
Era davvero tornato.
Non pianse quando Troia cadde. Non pianse quando vide i corpi dei compagni galleggiare tra i resti delle navi. Non pianse quando sua madre gli apparve nel regno dei morti e tentò inutilmente di abbracciarla.
Pianse allora, in silenzio, piegato sulla spiaggia deserta.
Il barcaiolo si allontanò senza salutarlo. Forse aveva capito che esistono momenti ai quali nessuno deve assistere.
Ulisse rimase a lungo sulla riva. Poi si rialzò, nascose l’arco tra alcune rocce e prese il sentiero che saliva verso l’interno dell’isola.
Camminava lentamente, osservando ogni cosa.
Gli ulivi erano più vecchi di come li ricordava, ma i loro tronchi contorti avevano la stessa forma. Il vento portava l’odore del timo, della polvere e del mare. In lontananza, le capre si muovevano sui pendii come piccole macchie bianche.
Ogni passo risvegliava un ricordo.
Là aveva corso da bambino, inseguendo un cane. Più avanti, dietro una collina, suo padre Laerte gli aveva insegnato a tendere l’arco. In una valle nascosta aveva incontrato Penelope per la prima volta, quando lei era giunta a Itaca accompagnata da servi e parenti.
Penelope.
Il pensiero di lei lo costrinse a fermarsi.
L’ultima volta che l’aveva vista era giovane. Aveva i capelli raccolti, gli occhi lucidi e il piccolo Telemaco tra le braccia. Ulisse ricordava il modo in cui lei lo aveva guardato mentre indossava l’armatura.
«Quanto durerà la guerra?» gli aveva domandato.
«Poco», aveva risposto lui.
La più crudele delle sue menzogne.
Aveva mentito per proteggerla, o forse per proteggere se stesso. Se avesse saputo che sarebbero trascorsi vent’anni, avrebbe avuto il coraggio di partire?
Il sentiero si divideva vicino a un grande ulivo. Ulisse scelse la via più stretta, che conduceva alla capanna di Eumeo, il vecchio guardiano dei porci. Prima di affrontare il palazzo voleva conoscere la verità. Doveva sapere chi governava l’isola, se Penelope fosse ancora viva, se Telemaco fosse diventato uomo.
La capanna apparve al tramonto, circondata da un recinto di pietre. I maiali si muovevano nel fango. Un cane abbaiò e corse verso Ulisse, ma una voce lo richiamò.
«Fermo, Argo!»
Un uomo uscì dalla capanna. Aveva la barba grigia, le spalle curve e impugnava un bastone.
Ulisse riconobbe Eumeo, anche se il tempo aveva scavato solchi profondi sul suo viso.
«Chi sei?» chiese il guardiano.
«Un viaggiatore.»
Eumeo lo osservò con diffidenza. «Da dove vieni?»
«Da molte terre.»
«È una risposta che non significa nulla.»
«È l’unica che possiedo.»
Il vecchio guardiano si avvicinò. Il cane continuava a ringhiare, ma senza convinzione. Annusò le gambe di Ulisse, poi abbassò la testa.
«Hai fame?» domandò Eumeo.
«Sì.»
«Allora entra. Le domande possono aspettare.»
La capanna era piccola e annerita dal fumo. Eumeo accese il fuoco e preparò del pane, formaggio e carne arrostita. Ulisse mangiò lentamente. Da anni non assaggiava cibo della sua terra, e ogni boccone gli sembrava più prezioso dei banchetti offerti nei palazzi degli dèi.
Eumeo versò il vino in due coppe.
«Non sei il primo viaggiatore che passa da qui», disse. «Molti raccontano storie. Alcuni sostengono di aver conosciuto il mio re.»
Ulisse non alzò gli occhi. «Il tuo re?»
«Ulisse.»
Pronunciare il proprio nome attraverso la voce di un altro gli provocò un brivido.
«È morto?» domandò.
Eumeo fissò il fuoco.
«Nessuno lo sa. C’è chi dice che sia annegato, chi che viva come schiavo in qualche terra lontana. Altri giurano che tornerà.»
«Tu cosa credi?»
«Credo che gli dèi siano crudeli con gli uomini che sperano troppo.»
Ulisse bevve un sorso di vino.
«E la sua famiglia?»
Eumeo sollevò lo sguardo. «Perché ti interessa?»
«Un re si conosce anche dal destino della sua casa.»
Il guardiano rimase in silenzio. Poi sospirò.
«La regina Penelope attende ancora. Da anni i principi delle isole vicine occupano il palazzo. Mangiano le greggi del re, bevono il suo vino e pretendono che lei scelga un nuovo marito.»
Le mani di Ulisse si strinsero attorno alla coppa.
«E nessuno li caccia?»
«Chi dovrebbe farlo? Il re è assente. Suo padre Laerte vive ritirato nei campi. Il giovane Telemaco ha coraggio, ma non abbastanza uomini.»
«Telemaco.»
Il nome del figlio gli uscì quasi in un sussurro.
Eumeo lo guardò attentamente. «Lo conosci?»
«No. Ho sentito parlare di lui.»
«È partito in cerca di notizie del padre. Potrebbe tornare da un momento all’altro, se i pretendenti non lo uccideranno prima.»
Ulisse abbassò la testa per nascondere la collera.
Per anni aveva combattuto mostri e uomini, ma nessuna minaccia gli era sembrata intollerabile quanto quella rivolta contro il figlio che non aveva visto crescere.
«Penelope non ha scelto nessuno?» chiese.
Eumeo sorrise amaramente. «Ha ingannato tutti. Disse che avrebbe scelto un marito dopo aver terminato un sudario per Laerte. Tesseva di giorno e disfaceva il lavoro di notte. Per tre anni li ha tenuti lontani. Poi una serva l’ha tradita.»
Ulisse chiuse gli occhi.
Quella era Penelope. Paziente, astuta, ostinata. Più simile a lui di quanto gli altri potessero comprendere.
«Domani», disse Eumeo, «ti accompagnerò al palazzo. Forse riceverai del cibo. Ma fai attenzione. I pretendenti rispettano soltanto chi li teme.»
«E tu li temi?»
«Io temo soltanto di morire prima di aver rivisto il mio re.»
Ulisse sollevò lo sguardo.
Per un istante desiderò rivelarsi. Voleva abbracciare quell’uomo fedele, chiamarlo per nome, dirgli che la sua attesa era terminata.
Ma la prudenza prevalse.
«Forse il tuo re è più vicino di quanto credi», disse.
Eumeo scosse la testa.
«Non parlare così. La speranza è una bestia affamata. Se la nutri, prima o poi ti divora.»
Quella notte Ulisse dormì poco. Disteso su una pelle di capra, ascoltò il vento scuotere il tetto della capanna. Pensò a Penelope sola nel palazzo, circondata da uomini che desideravano il suo regno. Pensò a Telemaco in viaggio, forse inseguito dai nemici. Pensò a se stesso.
Durante il ritorno aveva immaginato di entrare nel palazzo con la spada alzata, di gridare il proprio nome e vedere tutti inchinarsi. Ma ora comprendeva che il tempo aveva trasformato Itaca in una terra sconosciuta.
Non bastava tornare.
Doveva riconquistare ciò che era stato suo.
All’alba si udì il rumore di passi. Il cane abbaiò. Eumeo uscì rapidamente dalla capanna.
Ulisse si alzò e mise la mano sulla spada.
Un giovane apparve sulla soglia.
Era alto, con i capelli scuri e il volto ancora acerbo, ma il modo in cui si muoveva ricordò a Ulisse se stesso. Aveva gli stessi occhi, la stessa linea delle sopracciglia, lo stesso gesto impaziente nel togliersi il mantello.
Eumeo lo abbracciò.
«Telemaco! Sei vivo!»
Il giovane sorrise. «Sono tornato.»
Ulisse rimase immobile nell’ombra.
Suo figlio.
L’ultima volta che lo aveva visto, Telemaco non sapeva ancora parlare. Ora era un uomo.
Avrebbe voluto attraversare la stanza e stringerlo. Avrebbe voluto raccontargli ogni viaggio, ogni tempesta, ogni notte in cui aveva pronunciato il suo nome. Ma non sapeva se ne avesse il diritto.
Telemaco si accorse di lui.
«Chi è quest’uomo?»
«Un viaggiatore», rispose Eumeo. «È arrivato ieri.»
Il giovane lo salutò con un cenno. «Sii il benvenuto.»
Ulisse osservò il volto di suo figlio.
«Tu sei Telemaco?»
«Sì.»
«Figlio di Ulisse?»
Il giovane esitò. «Così dice mia madre.»
Quelle parole ferirono Ulisse più di una lama.
«Non credi che sia tuo padre?»
Telemaco abbassò gli occhi. «Un figlio conosce il volto di suo padre. Io conosco soltanto le storie.»
Eumeo uscì per occuparsi degli animali. Ulisse e Telemaco rimasero soli.
«Che cosa hai saputo durante il viaggio?» domandò Ulisse.
«Che mio padre potrebbe essere vivo.»
«E tu lo desideri?»
Telemaco lo guardò con sorpresa. «Che domanda è?»
«A volte gli uomini desiderano il ritorno dei morti soltanto finché restano morti. Un padre assente può diventare un eroe perfetto. Un padre vivo è soltanto un uomo.»
Il giovane si irrigidì.
«Non parlare di lui come se lo conoscessi.»
Ulisse sentì la collera crescere, ma la trattenne.
«Hai ragione.»
Telemaco si avvicinò al fuoco.
«Da bambino aspettavo ogni nave. Pensavo che sarebbe sceso con un’armatura lucente, come nei racconti dei cantori. Poi ho smesso. Mia madre non ha mai smesso.»
«Le vuoi bene?»
«È tutto ciò che ho.»
Ulisse distolse lo sguardo.
«E i pretendenti?»
«Li ucciderei, se potessi.»
«Perché non puoi?»
Telemaco rise senza gioia. «Sono più numerosi. Hanno uomini, armi e alleati. Io ho un vecchio guardiano di porci, qualche servo fedele e il nome di un padre che forse non tornerà.»
Ulisse si alzò.
«Forse basta.»
«Cosa?»
«Il nome.»
Telemaco lo fissò.
In quel momento la luce del mattino entrò dalla porta e illuminò il volto di Ulisse. Il viaggiatore sembrò improvvisamente più alto. La stanchezza rimaneva nei suoi occhi, ma sotto la tunica logora si intuiva il corpo del guerriero.
«Chi sei?» domandò Telemaco.
Ulisse sciolse il mantello. Estrasse la spada e la posò a terra, tra loro.
«Guarda bene.»
Il giovane fece un passo indietro.
«Non capisco.»
«Hai detto che un figlio conosce il volto di suo padre. Tu non hai potuto conoscerlo. Ma forse puoi riconoscerlo.»
Telemaco impallidì.
Ulisse sollevò lentamente il braccio e mostrò una cicatrice sulla coscia, il segno lasciato da un cinghiale quando era ragazzo.
«Mia madre raccontava di quella cicatrice», mormorò Telemaco.
«Tua madre ricorda molte cose.»
«Sei un ingannatore.»
«Sì», disse Ulisse. «Lo sono stato molte volte. Ho ingannato re, soldati, mostri e dèi. Ma non voglio ingannare mio figlio.»
Telemaco rimase immobile.
«Mio figlio.»
Quelle parole spezzarono la distanza tra loro.
Il giovane si avvicinò lentamente. Toccò la cicatrice, poi il volto di Ulisse, come per assicurarsi che fosse reale.
«Padre?»
Ulisse non rispose. Lo abbracciò.
Telemaco rimase rigido per un istante, poi strinse le braccia attorno a lui. Pianse con il volto contro la sua spalla, senza vergogna. Ulisse gli accarezzò i capelli.
Aveva immaginato quel momento mille volte. In nessuna delle sue fantasie aveva provato un dolore così grande.
Perché in quell’abbraccio sentiva anche tutto ciò che aveva perduto: i primi passi di Telemaco, le sue febbri, le domande dell’infanzia, gli anni in cui avrebbe avuto bisogno di un padre.
«Perdonami», disse Ulisse.
Telemaco si staccò.
«Per cosa?»
Ulisse non seppe rispondere.
Per essere partito? Per non essere tornato prima? Per aver desiderato avventure quando possedeva già una casa? Per essere sopravvissuto mentre tanti erano morti?
«Per il tempo», disse infine.
Telemaco lo guardò.
«Il tempo non obbedisce agli uomini.»
«No. Ma gli uomini spesso gli offrono troppo.»
Eumeo rientrò e rimase sulla soglia. Vide la spada, vide Telemaco in lacrime, vide il viaggiatore senza mantello.
Ulisse pronunciò il suo nome.
«Eumeo.»
Il vecchio lasciò cadere il bastone.
Non servì altro.
Si gettò ai piedi del re, ma Ulisse lo sollevò e lo abbracciò.
«Non inginocchiarti davanti a me.»
«Sei tornato.»
«Sì.»
Eumeo rise e pianse nello stesso momento. «Lo sapevo.»
«Ieri dicevi che la speranza divora gli uomini.»
«Anche i vecchi possono mentire.»
Passarono la giornata preparando il piano.
Ulisse sarebbe entrato nel palazzo travestito da mendicante. Avrebbe osservato i pretendenti, scoperto quali servi erano rimasti fedeli e atteso il momento giusto. Telemaco avrebbe nascosto le armi appese nella grande sala. Eumeo avrebbe avvertito pochi uomini fidati.
«Dobbiamo essere prudenti», disse Ulisse. «Non vinceremo con la forza.»
Telemaco lo guardò con un sorriso appena accennato. «Dicono che tu abbia vinto una guerra con un cavallo di legno.»
«Dicono molte cose.»
«È vero?»
Ulisse pensò alle fiamme di Troia.
«Sì. Ma nessuno canta ciò che accadde dopo l’apertura delle porte.»
Il giovane comprese che non doveva chiedere altro.
Il mattino seguente Ulisse si coprì il volto di cenere, indossò una veste strappata e si appoggiò a un bastone. Quando giunse al palazzo, il cuore gli batté con violenza.
La casa appariva quasi uguale. Le colonne di pietra, il cortile, il grande portone di legno: tutto apparteneva ai suoi ricordi. Ma l’aria era cambiata.
Dal salone provenivano risate e musica. I servi portavano anfore di vino e vassoi di carne. Decine di uomini sedevano ai tavoli come padroni.
Ulisse entrò senza essere riconosciuto.
Uno dei pretendenti gli lanciò un osso.
«Ecco il tuo banchetto, vecchio.»
Gli altri risero.
Ulisse raccolse l’osso e lo posò a terra.
«Gli dèi osservano come trattate gli stranieri.»
«Che osservino», rispose Antinoo, il più arrogante. «Forse impareranno a non mandare mendicanti alla nostra porta.»
Ulisse lo guardò attentamente. Aveva un volto bello e crudele, le mani curate, una coppa d’oro davanti a sé.
Quell’uomo mangiava il bestiame di suo figlio, beveva il vino di suo padre e insultava gli ospiti nella sua casa.
Ulisse avrebbe potuto ucciderlo in quel momento.
Ma attese.
Attraversò il salone e vide una donna scendere la scala.
Penelope.
Il tempo l’aveva trasformata, ma non vinta. I capelli erano attraversati da fili d’argento, il volto più sottile, gli occhi segnati dalla stanchezza. Indossava una veste scura e camminava con dignità, ignorando gli sguardi dei pretendenti.
Ulisse abbassò la testa.
Per la prima volta da quando era tornato, ebbe l’impulso di fuggire.
Non temeva che lei non lo riconoscesse. Temeva che lo riconoscesse e vedesse in lui uno straniero.
Penelope parlò con Telemaco, poi si accorse del mendicante.
«Chi è quest’uomo?»
«Un viaggiatore», rispose Eumeo.
«Ha mangiato?»
«Non abbastanza», disse Antinoo ridendo.
Penelope rivolse al pretendente uno sguardo gelido. Poi ordinò a una serva di portare pane e vino.
Ulisse si sedette vicino al fuoco.
Dopo il banchetto, quando i pretendenti furono sazi e ubriachi, Penelope lo fece chiamare in una stanza appartata.
«Dicono che tu abbia viaggiato molto», disse.
«È vero.»
«Hai incontrato mio marito?»
Ulisse aveva preparato molte risposte. Nessuna gli sembrò possibile davanti a quegli occhi.
«Ho conosciuto un uomo che parlava spesso di Itaca.»
Penelope rimase immobile.
«Come si chiamava?»
«Gli uomini usano nomi diversi quando sono lontani da casa.»
«Descrivilo.»
Ulisse raccontò di sé come se parlasse di un altro. Descrisse l’armatura indossata a Troia, il mantello con una fibbia d’oro, il modo in cui teneva la coppa. Penelope ascoltava senza interromperlo.
«Era vivo?» domandò infine.
«Quando l’ho visto, sì.»
«Tornerà?»
Ulisse esitò.
«Sta già tornando.»
Penelope chiuse gli occhi. Non pianse.
«Molti uomini mi hanno detto la stessa cosa. Tutti desideravano una ricompensa.»
«Io non desidero nulla.»
«Tutti desiderano qualcosa.»
Ulisse la guardò.
«Forse desidero sapere se l’attesa può sopravvivere all’uomo atteso.»
Penelope sollevò lo sguardo.
Per un istante i loro occhi si incontrarono. Ulisse ebbe la sensazione che lei vedesse oltre la cenere, la barba e gli stracci.
Ma la regina si voltò.
«Domani tutto finirà», disse.
«Cosa accadrà?»
«Ho deciso di scegliere un marito.»
Quelle parole colpirono Ulisse come un pugno.
Penelope continuò: «Porterò nella sala l’arco di Ulisse. Sposerò l’uomo capace di tenderlo e di scoccare una freccia attraverso dodici anelli di ferro.»
Ulisse comprese.
Non era una resa.
Era un’ultima prova.
«E se nessuno riuscisse?»
«Allora gli dèi avranno scelto per me.»
Quando Penelope uscì, Ulisse rimase solo.
Avrebbe voluto seguirla, pronunciare il suo nome, mostrarle la cicatrice. Ma qualcosa lo trattenne. Penelope meritava più di un segno sul corpo. Meritava di sapere quale uomo fosse tornato.
Quella notte Ulisse percorse il palazzo in silenzio.
Entrò nella stanza dove aveva dormito con Penelope. Il letto era ancora al suo posto. Lo aveva costruito lui stesso attorno al tronco di un ulivo vivo, radicato nel terreno. Nessuno avrebbe potuto spostarlo senza distruggerlo.
Toccò il legno levigato.
Il letto era rimasto.
Ma lui?
Il giorno seguente i pretendenti si radunarono nella grande sala. Penelope fece portare l’arco. Ulisse lo vide emergere dalla custodia e sentì un dolore antico alle mani.
Uno dopo l’altro, gli uomini tentarono di tenderlo.
Antinoo si sforzò fino a diventare rosso. Eurimaco scaldò il legno vicino al fuoco. Altri imprecarono, risero nervosamente, accusarono l’umidità.
Nessuno riuscì.
Il mendicante si alzò.
«Lasciate che provi.»
La sala esplose in risate.
«Tu?» gridò Antinoo. «Non riesci neppure a stare dritto.»
Penelope osservò lo straniero.
«Lasciategli l’arco.»
«Regina, è un insulto!» protestò Eurimaco.
«Avete paura di un vecchio?»
Quelle parole li costrinsero ad accettare.
Eumeo consegnò l’arco a Ulisse.
Quando le sue dita toccarono il legno, ogni suono sembrò svanire. Ulisse esaminò l’arma, ne accarezzò la curva, tese la corda con un unico movimento.
L’arco cantò.
Era un suono sottile e perfetto, simile alla voce di un uccello.
I pretendenti smisero di ridere.
Ulisse prese una freccia.
La scoccò attraverso i dodici anelli.
Poi si voltò verso Antinoo.
«Questa casa ha atteso abbastanza.»
La seconda freccia attraversò la sala e colpì Antinoo alla gola.
La coppa d’oro cadde dalle sue mani.
Per un istante nessuno comprese.
Poi iniziò la battaglia.
Telemaco corse accanto al padre con la spada sguainata. Eumeo chiuse le porte. I pretendenti cercarono le armi, ma le pareti erano vuote.
Ulisse scoccava frecce senza esitazione. Ogni colpo trovava il bersaglio. Non era più il mendicante, né il viaggiatore stanco. Era il guerriero che aveva combattuto davanti alle mura di Troia, l’uomo temuto dai nemici e rispettato dagli dèi.
Eppure, mentre gli uomini cadevano, Ulisse non provava trionfo.
Vedeva altri volti sovrapporsi a quelli dei pretendenti: soldati troiani, compagni greci, uomini uccisi in terre delle quali non ricordava più il nome. La sala di Itaca diventava Troia. Il sangue sul pavimento era lo stesso sangue.
Eurimaco gettò la spada.
«Risparmiaci! Ti restituiremo tutto.»
Ulisse lo guardò.
«Potete restituirmi gli anni?»
Eurimaco impallidì.
«Non sapevamo che fossi vivo.»
«Avreste dovuto vivere come se potessi tornare.»
La battaglia terminò al tramonto.
Il palazzo era silenzioso. I servi fedeli lavavano il pavimento. Le porte vennero aperte e l’aria del mare entrò nella sala.
Telemaco sedeva su un gradino. Aveva una ferita al braccio.
Ulisse gli si avvicinò.
«Fammi vedere.»
«È soltanto un taglio.»
Ulisse strappò una parte della tunica e fasciò la ferita.
Telemaco lo osservò.
«Ora sei davvero tornato?»
Ulisse guardò il sangue sulle proprie mani.
«Non lo so.»
Penelope non era nella sala. Durante il combattimento era rimasta nelle sue stanze. Quando una serva le annunciò la vittoria, non scese immediatamente.
Ulisse si lavò, indossò una veste pulita e si tagliò la barba. Guardò il proprio riflesso in una coppa d’acqua. Il volto era più vecchio di quello che ricordava. Una cicatrice attraversava la fronte. I capelli erano striati di grigio.
Quell’uomo non era il giovane re partito per Troia.
Penelope entrò lentamente.
Rimasero soli.
Ulisse fece un passo verso di lei, ma Penelope alzò una mano.
«Dicono che tu sia mio marito.»
«Lo sono.»
«Molti uomini sanno raccontare storie.»
«Chiedimi ciò che vuoi.»
Penelope lo osservò a lungo.
«Preparate il letto del re fuori dalla stanza», ordinò a una serva. «Portatelo nella sala.»
Ulisse aggrottò la fronte.
«Non potete spostarlo.»
Penelope non disse nulla.
«Quel letto è costruito attorno a un ulivo», continuò Ulisse. «Ho scavato il terreno con le mie mani. Ho tagliato i rami, levigato il tronco e costruito la stanza attorno ad esso. Per spostarlo bisognerebbe recidere le radici.»
La durezza abbandonò il volto di Penelope.
«Sei tu.»
Ulisse si avvicinò.
Penelope gli toccò il viso.
«Sei davvero tu.»
Questa volta fu lei ad abbracciarlo.
Rimasero stretti a lungo, senza parlare. Nessuna parola avrebbe potuto contenere vent’anni di assenza.
Quando infine si separarono, Penelope lo guardò con attenzione.
«Sei diverso.»
«Anche tu.»
«Io sono rimasta qui.»
Ulisse abbassò gli occhi. «Rimanere può essere un viaggio più lungo che attraversare il mare.»
Penelope si sedette vicino al letto.
«Raccontami.»
Ulisse comprese che non chiedeva soltanto delle isole, dei mostri o degli dèi. Voleva sapere chi fosse diventato. Voleva conoscere le donne che lo avevano amato, gli uomini che aveva ucciso, le menzogne che aveva raccontato.
Si sedette accanto a lei.
Parlò per tutta la notte.
Raccontò di Troia, ma non come i cantori. Raccontò la fame, la paura, gli uomini che piangevano lontano dalle loro case. Raccontò del cavallo di legno e della città in fiamme. Raccontò di Polifemo, di Circe, delle Sirene e del regno dei morti. Raccontò di Calipso, che gli aveva offerto l’immortalità.
Penelope ascoltava.
«Perché hai rifiutato?» domandò.
Ulisse guardò il letto costruito attorno all’ulivo.
«Perché l’immortalità senza di te sarebbe stata soltanto un’altra forma di esilio.»
Penelope abbassò lo sguardo.
«Eppure sei rimasto con lei molti anni.»
Ulisse non cercò una menzogna.
«Sì.»
Il silenzio si fece pesante.
«Ti aspettavo», disse Penelope. «Ogni giorno. Ogni notte. Ho cresciuto nostro figlio raccontandogli di un uomo che forse non esisteva più.»
«Lo so.»
«No. Non puoi saperlo.»
Ulisse accettò quelle parole.
«Hai ragione.»
Penelope lo guardò, sorpresa. Forse ricordava un uomo che aveva sempre una risposta.
«Non posso restituirti ciò che hai perduto», disse Ulisse. «Posso soltanto restare, se mi permetterai di farlo.»
Penelope posò la mano sulla sua.
«Dovremo imparare di nuovo.»
«Cosa?»
«A conoscerci.»
Fuori, il cielo cominciava a schiarire.
Ulisse si alzò e uscì sulla terrazza. Itaca si stendeva davanti a lui: le colline, gli ulivi, il porto, le case ancora immerse nel sonno. Il mare brillava sotto la prima luce.
Telemaco lo raggiunse.
«Non dormi?»
«Ho dormito abbastanza durante il viaggio.»
Il giovane sorrise.
Rimasero fianco a fianco.
«Quando ero bambino», disse Telemaco, «immaginavo che il tuo ritorno avrebbe risolto ogni cosa.»
«E ora?»
«Ora credo che abbia creato nuovi problemi.»
Ulisse rise. Era la prima risata sincera da molti anni.
«Sei davvero mio figlio.»
Telemaco guardò il mare.
«Ripartirai?»
La domanda rimase sospesa tra loro.
Ulisse osservò l’orizzonte. Per tutta la vita, quella linea gli aveva promesso qualcosa: città sconosciute, pericoli, conoscenza. Anche allora sentì il richiamo delle acque lontane.
Ma abbassò lo sguardo verso la terra.
«Un giorno forse», disse. «Ma non oggi.»
Scese nel cortile e attraversò il sentiero che conduceva agli ulivi. Il sole saliva lentamente. Gli abitanti dell’isola cominciavano a uscire dalle case. Alcuni lo riconobbero e si fermarono. Altri lo osservavano con timore, come se fosse un fantasma.
Ulisse continuò a camminare.
Raggiunse la spiaggia dove era sbarcato. La piccola imbarcazione non c’era più. Il mare aveva cancellato le impronte sulla sabbia.
Si inginocchiò nello stesso punto del giorno precedente.
Raccolse una manciata di terra e la lasciò scorrere lentamente tra le dita.
Aveva creduto che il ritorno fosse il termine del viaggio. Ora comprendeva che tornare non significava ritrovare ciò che si era lasciato. Significava accettare che ogni cosa fosse cambiata, compreso l’uomo che tornava.
Alle sue spalle udì dei passi.
Penelope e Telemaco si fermarono vicino a lui.
Ulisse si rialzò.
Per molti anni aveva affrontato il mare da solo, anche quando era circondato dai compagni. Ora guardava la sua famiglia e sentiva una paura nuova: la paura di restare, di essere conosciuto, di non potersi più nascondere dietro un nome falso.
Era forse la prova più difficile.
Penelope gli prese la mano.
Telemaco si mise al suo fianco.
Insieme voltarono le spalle al mare e iniziarono a risalire il sentiero verso il palazzo.
Ulisse non guardò indietro.
Per la prima volta dopo vent’anni, davanti a lui non c’era una terra da conquistare, un mostro da sconfiggere o un dio da ingannare.
C’era soltanto una casa.
E il lungo, incerto lavoro di tornare a essere un uomo.



Commenti